Mi accorsi all’improvviso di non essere più innamorata di F. un giorno a Lisbona, con repentina e lancinante chiarezza.
Vidi una coppia di giovani baciarsi su una panchina e non mi intenerii. Avevo travalicato il confine della solidarietà per affondare di colpo nell’invidia. Riconoscevo con dolorosa intensità la trasfusione d’amore che si perpetuava attraverso quelle bocche (l’identificazione con la ragazza era così facile da farmi sentire una contiguità fisica ed emozionante col ragazzo che si abbeverava dalle sue labbra), eppure la sentivo così irrimediabilmente perduta da generare in me sentimenti cattivi di vecchia. Solo pochi mesi prima erano il mio profilo e quello di F. ad accostarsi e a procurare scandalo su una panchina milanese.
A Lisbona c’ero andata – pensavo- proprio per guarire dalla saudade. Curiosa questa faccenda della nostalgia: tutti dicono che Lisbona la fa venire, ma a me la tolse. Una città allegra e vitale, fatiscente ma vitale, marcescente ma vitale, brulicante e disordinata, bianca e nera, opulenta e mendicante, proprio come mi sentivo io.
E il portoghese era una buffa metafora di quella solenne fregatura che è l’amore: così famigliare e così indecifrabile ad un tempo, un’illusione continua di riconoscimento e la subitanea delusione dell’incomprensione.
Attraverso piccoli paesi tappezzati da faccioni da pirla grandi come lenzuoli, alla TV Vespa e Berlusca e Bondi ovunque, alla radio viagliimmigratichecirubanoillavoro.
Provo una crescente sensazione di nausea e straniamento, come se fossi catapultata da un inconscio particolarmente maligno in un sogno – meglio dire incubo- dove gli eventi mi colpiscono senza possibilità di appello. L’Italia di Berlusconi mi pare perfino peggio di quella mussoliniana, fatta com’è di donneveline, giornalistiuntuossequiosi, avvocaticorrotti, oceanico consenso mediatico e ignorante. Sembra che lotte operaie e femministe non siano mai esistite, che tutti abbiano un’emianopsia per il lato sinistro, che la carne e il sangue contino meno del silicone e della TV.
Il fatto è che il totalitarismo orwelliano è così completo che non ti ricordi nemmeno più che ci può essere un mondo migliore, dove la politica è coniugata con la passione ed è al servizio dei cittadini, i processi celebrano la giustizia, la scuola istruisce senza indottrinare, la dignità delle persone non è mai calpestata.
Poi penso a quegli stronzi degli americani, che non mi stanno simpaticissimi. Però avevano Bush e ora hanno Obama. Si può fare…
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La cosa che mi piace di più di me stesso/a:
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la lealtà e la libertà di pensiero
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La cosa che più detesto di me stesso/a:
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l’ignavia-pigrizia
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Quello che mi fa piacere un uomo:
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il sense of humour, lo sguardo profondo, il dinamismo
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Quello che mi fa piacere una donna:
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idem + la lealtà; ora che ci penso bene anche in un uomo la lealtà non è affatto secondaria, ma qui volevo dire lealtà intesa anche come solidarietà femminile (rarissima!)
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Cosa ci vuole per diventarmi amico:
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sincerità e affetto
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La volta che sono stato/a più felice:
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Indecisa fra tre momenti: il mio matrimonio (!), il giorno che ho stretto mio figlio per la prima volta fra le braccia, un giorno a Verona con F.
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La volta che sono stato/a più infelice:
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Nessun dubbio: il giorno che ho perso mia sorella (ed è un’infelicità durevolmente acuta)
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In che cosa mi trasformerei, se avessi la bacchetta magica?
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In un benefattore dell’umanità (uno statista illuminato, un ricercatore scientifico brillante, un filantropo ricchissimo)
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Cosa sognavo di fare da grande?
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La ballerina
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L'errore che non rifarei:
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sono tanti, tantissimi; su tutti, aver chiuso l’ascolto per egoismo
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La persona di cui sono segretamente ma follemente innamorato/a:
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non esiste (né follemente, né segretamente, né blandamente, né apertamente). Sob!
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La persona che invidio di più:
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non c’è ( l’invidia non mi appartiene, anche perché sono presuntuosissima)
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La persona che ammiro di più:
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Gandhi. In generale, le persone coraggiose e determinate
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La persona che ringrazio Dio di non essere:
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una squallida opportunista
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Tre libri da portare sull'isola deserta:
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Amleto, Via col vento, L’idiota
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Il libro che dovrebbe avere un seguito:
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Ubik
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Il rosso o il nero?
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Rosso
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Il capriccio che non mi sono mai tolto/a:
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Una vasca jacuzzi in bagno
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L'ultima volta che ho perso la calma:
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non lo ricordo: mi capita di rado. Anzi, no: mi capita di rado di esternare la rabbia, ma giusto l’altro ieri la calma l’ho proprio persa, perché mi sono sentita presa in giro
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Chi vorrei fosse il mio angelo custode?
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Credo di averne già più di uno: i miei cari che hanno traslocato nell’aldilà, i pazienti che ho curato con amore
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La volta che mi sono sentito fiero/a di essere italiano/a:
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Mai. Anche quando penso che l’Italia sia meravigliosa (per le opere d’arte, la cucina, il clima) non riesco ad essere orgogliosa di una casualità che mi ha fatto nascere in quest’angolo di mondo
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La volta che mi sono vergognato/a di essere italiano/a:
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Ci pensa quotidianamente il primo ministro a fornirmene l’occasione. E mi capita praticamente tutte le volte che trovo altri italiani all’estero
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Cosa farei per sostenere ciò in cui credo?
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Poco, ahimé. Non ho nessuna vocazione
all’eroismo, mentre sono abitata da un vorace scetticismo.
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Come vorrei morire?
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Circondata dalle persone che amo e pacificata, senza conti in sospeso
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Il mio sogno ricorrente
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Attualmente non ne ho, o non ne ricordo. In passato mi è capitato spesso di sognare di essere su un’auto lanciata a folle velocità, senza freni
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La cosa che mi fa più paura
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La cattiveria abbinata alla stupidità
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Mi fa sempre ridere
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la Littizzetto
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Che farei a Dio se avessi l’occasione di parlargli a quattr’occhi
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Gli chiederei di spiegarmi meglio la faccenda del libero arbitrio
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E’ bello
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un bambino che ride
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E’ brutto
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constatare l’irrimediabilità dei corsi e ricorsi storici e la ripetitività della guerra
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Mi fa veramente schifo
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la pedofilia
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La qualità che vorrei avere
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La solidità affettiva (la capacità di amare senza aspettarsi di essere ricambiata)
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Le mie manie
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i solitari con le carte e leggere a letto
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La mia stagione preferita
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L’estate
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Cane o gatto?
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Gatto, senza dubbio
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Il peccato capitale che rischi di più
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L’accidia (e non è un rischio ma una certezza)
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Cosa pensi piaccia più di te agli altri?
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Non ne ho la più pallida idea. Forse, la lealtà. O l’intelligenza (ma si può dare una risposta più stupida?)
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Come ti immagini il futuro?
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La verità? Sola e malata
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Qual è la pazzia più grossa che hai fatto?
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Non aver mai fatto pazzie
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Mi ha scritto il Magnifico Rettore (chissà perché poi Magnifico). Vuole il mio cinquepermille. Per finanziare “il prestigioso ateneo” presso il quale ho studiato, blablabla.
Che volesse dei soldi lo sospettavo già. Una volta la corrispondenza cartacea era un piacere. Ti raggiungevano lettere d’amore vergate in inchiostro blu, che sbavavi con lacrime di commozione. Ora ti scrivono solo creditori o presunti tali. Infatti , prima di aprire la busta, ero convinta che l’Università degli Studi di Milano (il prestigioso ateneo presso il quale eccetera)avanzasse pretese su rette pregresse, di cui naturalmente non dispongo più le attestazioni di pagamento. Ho sempre la coda di paglia, io.
Il mio incubo ricorrente riguarda proprio il mio percorso studentesco. Sogno di perdere tutti i diplomi, e di dover ripetere tutto l’iter scolastico, dalla prima liceo (la scuola dell’obbligo me l’abbuono, nella mia coda di paglia onirica) alla specializzazione.
Io so di gente che sogna di dover ripetere l’esame di maturità ; io non mi accontento di una fatica di Sisifo così irrilevante. Tutto il liceo, mannaggia. Poi dicono che solo il sonno REM fa riposare bene. Fatto sta che mi sveglio stanca morta…
La vecchia è al capolinea, ormai: il respiro si è trasformato in un ansito debole e senza speranza, i lineamenti sono affilati e gli occhi guardano già un panorama visibile a lei sola.
Intorno al capezzale le si affanna una donna di mezza età, che la colma di premure inutili e ansiose: le aggiusta coperte e cuscini, le rinfresca la fronte febbrile, le tiene la mano disegnata da una ragnatela di vene azzurre .
Mi avvicino al luogo del commiato mentre la donna più giovane tenta invano di imboccare quella più anziana. Mi viene in mente una di quelle stupide frasi fatte: l’ultimo pasto del condannato a morte.
“Non la sforzi a mangiare, se non se la sente” dico all’ansiosa (che non è la malata, ma chi l’accudisce), e accenno alla flebo che penzola dalla piantana . “E’ sufficiente quella, a darle il nutrimento che serve.”
La vecchia ha già le pupille aperte sul Paradiso, o su un altro Inferno, chissà.
L’altra donna fissa il suo sguardo interrogativo nel mio, a cercare rassicurazioni che non posso darle.
E infatti morirà dopo solo un’ora, la vecchia, avverando la prognosi.
Al suo letto l’altra donna si scioglie in un pianto convulso. Tento di consolarla: “ Non si preoccupi; è morta serenamente , la sua mamma.” (Lo dico e lo penso davvero: so di non aver risparmiato sulla morfina).
Lacrimosa, la superstite scuote la testa. “Io no figlia. Io badante ”e riprende il suo pianto torrenziale.
La disoccupazione: ecco il vero dramma per i vivi.