Chi sono

Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

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giovedì, 09 luglio 2009

Un giorno a Lisbona

arrendase

Mi accorsi all’improvviso di non essere più innamorata di F. un giorno a Lisbona, con repentina e lancinante chiarezza.

Vidi una coppia di giovani baciarsi su una panchina e non mi intenerii. Avevo travalicato il confine della solidarietà per affondare di colpo nell’invidia. Riconoscevo con dolorosa intensità la trasfusione d’amore che si perpetuava attraverso quelle bocche (l’identificazione con la ragazza era così facile da farmi sentire una contiguità fisica ed emozionante col ragazzo che si abbeverava dalle sue labbra), eppure  la sentivo così irrimediabilmente perduta da generare in me sentimenti cattivi di vecchia. Solo pochi mesi prima erano il mio profilo e quello di F. ad accostarsi e a procurare scandalo su una panchina milanese.

A Lisbona c’ero andata – pensavo- proprio per guarire dalla saudade. Curiosa questa faccenda della nostalgia: tutti dicono che Lisbona la fa venire, ma a me la tolse. Una città allegra e vitale, fatiscente ma vitale, marcescente ma vitale, brulicante e disordinata, bianca e nera, opulenta e mendicante, proprio come mi sentivo io.

E il portoghese era una buffa metafora di quella solenne fregatura che è l’amore: così famigliare e così indecifrabile ad un tempo, un’illusione continua di riconoscimento e la subitanea delusione dell’incomprensione.


postato da: vieenblues alle ore 16:02 | link | commenti (2)
categorie: a ruota libera, sì viaggiare
giovedì, 04 giugno 2009

I have a dream

 

Attraverso piccoli paesi  tappezzati da faccioni da pirla grandi come lenzuoli, alla TV Vespa e Berlusca e Bondi ovunque, alla radio viagliimmigratichecirubanoillavoro.

Provo una crescente sensazione di nausea e straniamento, come se fossi catapultata da un inconscio particolarmente maligno  in un sogno – meglio dire incubo- dove gli eventi mi colpiscono senza possibilità di appello. L’Italia di Berlusconi mi pare perfino peggio di quella mussoliniana, fatta com’è di donneveline, giornalistiuntuossequiosi, avvocaticorrotti, oceanico consenso mediatico e ignorante. Sembra che lotte operaie e femministe non siano mai esistite, che tutti abbiano un’emianopsia per il lato sinistro, che la carne e il sangue contino meno del silicone e della TV.

Il fatto è che il totalitarismo orwelliano è così completo che non ti ricordi nemmeno più che ci può essere un mondo migliore, dove la politica è coniugata con la passione ed è al servizio dei cittadini, i processi celebrano la giustizia,  la scuola istruisce senza indottrinare,  la dignità delle persone non è mai calpestata.

Poi penso a quegli stronzi degli americani, che non mi stanno simpaticissimi. Però avevano Bush e ora hanno Obama. Si può fare…


postato da: vieenblues alle ore 12:12 | link | commenti (6)
categorie: a ruota libera

Le mie risposte al questionario di Proust (so che se ne sentiva il bisogno...)

La cosa che mi piace di più di me stesso/a:
la lealtà e la libertà di pensiero
La cosa che più detesto di me stesso/a:
l’ignavia-pigrizia
Quello che mi fa piacere un uomo:
il sense of humour, lo sguardo profondo, il dinamismo
Quello che mi fa piacere una donna:
idem + la lealtà; ora che ci penso bene anche in un uomo la lealtà non è affatto secondaria, ma qui volevo dire lealtà intesa anche come solidarietà femminile (rarissima!)
Cosa ci vuole per diventarmi amico:
sincerità e affetto
La volta che sono stato/a più felice:
Indecisa fra tre momenti: il mio matrimonio (!), il giorno che ho stretto mio figlio per la prima volta fra le braccia, un giorno a Verona con F.
La volta che sono stato/a più infelice:
Nessun dubbio: il giorno che ho perso mia sorella (ed è un’infelicità durevolmente acuta)
In che cosa mi trasformerei, se avessi la bacchetta magica?
In un benefattore dell’umanità (uno statista illuminato, un ricercatore scientifico brillante, un filantropo ricchissimo)
Cosa sognavo di fare da grande?
La ballerina
L'errore che non rifarei:
sono tanti, tantissimi; su tutti, aver chiuso l’ascolto per egoismo
La persona di cui sono segretamente ma follemente innamorato/a:
non esiste (né follemente, né segretamente, né blandamente, né apertamente). Sob!
La persona che invidio di più:
non c’è ( l’invidia non mi appartiene, anche perché sono presuntuosissima)
La persona che ammiro di più:
Gandhi. In generale, le persone coraggiose e determinate
La persona che ringrazio Dio di non essere:
una squallida opportunista
Tre libri da portare sull'isola deserta:
Amleto, Via col vento, L’idiota
Il libro che dovrebbe avere un seguito:
 Ubik
Il rosso o il nero?
Rosso
Il capriccio che non mi sono mai tolto/a:
Una vasca jacuzzi in bagno
L'ultima volta che ho perso la calma:
non lo ricordo: mi capita di rado. Anzi, no: mi capita di rado di esternare la rabbia, ma giusto l’altro ieri la calma l’ho proprio persa, perché mi sono sentita presa in giro
Chi vorrei fosse il mio angelo custode?
Credo di averne già più di uno: i miei cari che hanno traslocato nell’aldilà, i pazienti che ho curato con amore
La volta che mi sono sentito fiero/a di essere italiano/a:
Mai. Anche quando penso che l’Italia sia meravigliosa (per le opere d’arte, la cucina, il clima) non riesco ad essere orgogliosa di una casualità che mi ha fatto nascere in quest’angolo di mondo
La volta che mi sono vergognato/a di essere italiano/a:
Ci pensa quotidianamente il primo ministro a fornirmene l’occasione. E mi capita praticamente tutte le volte che trovo altri italiani all’estero
Cosa farei per sostenere ciò in cui credo?
Poco, ahimé. Non ho nessuna vocazione
all’eroismo, mentre sono abitata da un vorace scetticismo.
Come vorrei morire?           
Circondata dalle persone che amo e pacificata, senza conti in sospeso
 
Il mio sogno ricorrente
Attualmente non ne ho, o non ne ricordo. In passato mi è capitato spesso di sognare di essere su un’auto lanciata a folle velocità, senza freni
La cosa che mi fa più paura
La cattiveria abbinata alla stupidità
Mi fa sempre ridere
la Littizzetto
Che farei a Dio se avessi l’occasione di parlargli a quattr’occhi
Gli chiederei di spiegarmi meglio la faccenda del libero arbitrio
E’ bello
un bambino che ride
E’ brutto
constatare l’irrimediabilità dei corsi e ricorsi storici e la ripetitività della guerra
Mi fa veramente schifo
la pedofilia
La qualità che vorrei avere
 La solidità affettiva (la capacità di amare senza aspettarsi di essere ricambiata)
Le mie manie
i solitari con le carte e leggere a letto
La mia stagione preferita
 L’estate
Cane o gatto?
Gatto, senza dubbio
Il peccato capitale che rischi di più
L’accidia (e non è un rischio ma una certezza)
Cosa pensi piaccia più di te agli altri?
Non ne ho la più pallida idea. Forse, la lealtà. O l’intelligenza (ma si può dare una risposta più stupida?)
Come ti immagini il futuro?
La verità? Sola e malata
Qual è la pazzia più grossa che hai fatto?
Non aver mai fatto pazzie
 
 

postato da: vieenblues alle ore 10:56 | link | commenti (3)
categorie: a ruota libera
lunedì, 01 giugno 2009

Misure antidepressive urgenti

  • Il solito giro di shopping consolatorio  stava trasformandosi in un boomerang. Lo specchio impietoso dei camerini rimandava l’immagine di una cicciona irrimediabile e le commesse si accanivano proponendo taglie forti e colori vedovili e paludanti. Ho risolto alfine comprandomi un camicione premaman di un bel colore che mi sta bene al viso (l’unica parte guardabile del mio corpo).
  • Anche la prenotazione di una settimana di vacanza da sola si stava trasformando in un dramma. Dopo ore spese su Internet a cercare la miglior combinazione possibile e l’acquisto in libreria di una guida costosa quanto una camera d’albergo doppia uso singola, il mio entusiasmo s’infrange contro il rifiuto webbico della mia merdosa carta di credito, che non essendo VISA – l’ho appreso oggi con sgomento- vale come il due di picche. Ho rimediato facendo la prenotazione al telefono in inglese. La reservation andata a buon fine e il mio fluent english mi hanno messo di ottimo umore.
  • Ho saccheggiato la Feltrinelli e ho preso un congruo numero di bestseller rosa e gialli per analfabeti. Fanculo le velleità intellettuali. Non è il momento di infliggermi letture impegnative.
  • Oggi mi vado a fare una lampada. Il nero sfina, dicono.

postato da: vieenblues alle ore 11:29 | link | commenti (1)
categorie: a ruota libera
lunedì, 25 maggio 2009

De senectute

moglie_suoceraSono invecchiata. D’un botto, senza preavviso, senza poter protestare.
Un giorno mi sono guardata allo specchio e non mi sono riconosciuta. Quel volto senza luce era il mio, mie le carni molli e abbandonate dalla piacevole consuetudine delle carezze, mio anche il non riconoscermi. L’attenzione da tempo non sa dove appuntarsi: il presente non urge, il futuro non sorride, il passato è da dimenticare. La memoria fluttua in un paese dove i ricordi dolorosi giocano a rimpiattino con quelli troppo belli per farsi trovare.
Ho una pazienza innaturale e sospetta, una tolleranza che dice della rinuncia imposta dalle mie debolezze ai desideri irrealizzabili.
Triste è il patteggiamento quotidiano con il regno delle possibilità; questo si restringe giorno per giorno, e sta diventando una riserva per indiani dove cerco di convincermi a piantar le tende.
Il tempo aggiunge rughe sul viso e divieti di accesso alle strade che non ho percorso a suo tempo, quando era normale scialacquare le scelte e insano cogliere le opportunità.
Oggi mi barcameno in questa lotta estenuante con la discrepanza fra pensiero ed azione, fra volere e potere. E ancora rimpiango l’amore che non c’è, il sorso d’acqua nel deserto delle passioni…

postato da: vieenblues alle ore 12:15 | link | commenti (9)
categorie: a ruota libera
lunedì, 18 maggio 2009

W Inter

Il tifo calcistico mal si adatta alla mia indole scettica. Però lo scudetto dell’Inter, segretamente (ufficialmente mi professo juventina, in una città spartita fra colori nerazzurri e rossoneri) mi rallegra.
Penso al mio papà, che gioca nei verdi pascoli del Cielo dal 2001, e che ha visto la propria squadra del cuore perdere con sadica regolarità, negli ultimi dodici anni della sua vita. Chissà se gli frega ancora dell’Inter, nel posto dove si trova. Mi piace pensare al paradiso non come a un etereo sito asettico, ma come un luogo di passioni, dove i tifosi festeggiano gli scudetti come se fossero della loro squadra, ad ogni campionato.
Mi portò a vedere uno scialbissimo Inter- Bologna a San Siro, quando ero bambina, per farmi assaggiare le emozioni dello stadio. Riuscì nel suo intento: la partita finì 0-0, ma mi sgolai sugli spalti come un ultrà qualsiasi. E in onore a mio padre e alla sua frustrata fede nerazzurra, incentivai l’incipiente tifo calcistico del nipote verso quella delle due squadre milanesi che ha il presidente più presentabile.
Infatti lo scudetto dell’Inter è un piccolo omaggio ai due uomini di famiglia, ma anche un sacrosanto sberleffo all’odioso milanista impomatato, padrone della squadra e dell’Italia media-rincoglionita…

postato da: vieenblues alle ore 09:43 | link | commenti (2)
categorie: a ruota libera
giovedì, 30 aprile 2009

Mi ha scritto il Magnifico Rettore (chissà perché poi Magnifico). Vuole il mio cinquepermille. Per finanziare “il prestigioso ateneo”  presso il quale ho studiato, blablabla.

Che volesse dei soldi lo sospettavo già. Una volta la corrispondenza cartacea era un piacere. Ti raggiungevano lettere d’amore vergate in inchiostro blu,  che sbavavi con lacrime di commozione. Ora ti scrivono solo creditori o presunti tali. Infatti , prima di aprire la busta, ero convinta che l’Università degli Studi di Milano (il prestigioso ateneo presso il quale eccetera)avanzasse pretese su rette pregresse, di cui naturalmente non dispongo più le attestazioni di pagamento. Ho sempre la coda di paglia, io.

Il mio incubo ricorrente riguarda proprio il mio percorso studentesco. Sogno di perdere tutti i diplomi, e di dover ripetere tutto l’iter scolastico, dalla prima liceo (la scuola dell’obbligo me l’abbuono, nella mia coda di paglia onirica) alla specializzazione.

Io so di gente che sogna di dover ripetere l’esame di maturità ; io non mi accontento di una fatica di Sisifo così irrilevante. Tutto il liceo, mannaggia. Poi dicono che solo il sonno REM fa riposare bene. Fatto sta che mi sveglio stanca morta…


postato da: vieenblues alle ore 09:56 | link | commenti (5)
categorie: a ruota libera
mercoledì, 15 aprile 2009

Il 1980 fu per me un anno assai difficile. All’università mi ero incartata da un anno sull’esame di anatomia, che sembrava, dopo i primi cinque esami di medicina passati in scioltezza, uno scoglio insuperabile. Le pagine da mandare a memoria , in una litania insensata come un elenco telefonico ungherese, erano oltre tremila, e appena finivo di memorizzare neuro mi ero già scordata di osteo. In casa mia c’era un’atmosfera irrespirabile: i miei si stavano separando, e nella loro guerra dei Roses io e mia sorella eravamo paragonabili a preziose suppellettili da contendersi a suon di ricatti e carte bollate. Per divagarmi un po’ mi ero iscritta ad un corso di danze popolari: la scelta era frutto di un audace compromesso fra un desiderio di gioco e la mia inemendabile pigrizia, visto che l’istruttore  era un mio vecchio amico e la palestra dove si teneva il corso era a due passi da casa. Fu lì , fra una tarantella e una giga, che conobbi Maria Grazia.
A Maria Grazia mi affezionai subito per la spontanea allegria che l’animava, ma soprattutto per la goffaggine, che evocava immediata tenerezza. A dispetto del nome, era sgraziata: aveva movimenti bruschi e oltre l’intenzione, sempre sproporzionati alle finalità. Era incapace di scostare una sedia senza farla cadere; camminava con l’impeto della corsa, e sembrava perennemente sbilanciata, senza un baricentro. La sua parlata, colorita e come incatenata dall’accento sardo, sembrava quella di una bambola cui qualcuno si ostinasse a tirare una cordicella inceppata. Aveva occhi incredibilmente espressivi e umidi, afflitti da uno strabismo che le conferiva un’aria costantemente spaesata. Mi trovai subito vicino a lei nelle danze di fila, attratta dal suo entusiasmo e dalla sua simpatia; saltellava fuori sincronia, facendo incasinare tutto il serpentone che si snodava dopo di lei, ma nessuno osava mai incolparla del delitto, che le avrebbe attirato addosso la pena capitale dell’esclusione.
Quando le casse dello stereo diffondevano la musica convulsa delle danze sarde, si lanciava entusiasta a guidare la sarabanda coi suoi piedi frenetici e instancabili: sembrava un missirizzi cui qualcuno avesse dato la carica del moto perpetuo.
L’amica del cuore di Maria Grazia era Carmela , una piccola maestra lucana con un viso funestato da un pallore e da occhiaie irrimediabili, che con la ragazza sarda spartiva i quaranta metri quadri di un asfittico monolocale e le ristrettezze economiche di una difficilissima e precaria indipendenza. La tristezza di Carmela faceva da contraltare al vitalismo di Maria Grazia esaltandone, per contrasto, l’apparente infondatezza. Delle due, in realtà, quella che aveva più motivi per non essere allegra era Maria Grazia, ma il suo buonumore, ben lungi da una approssimativa superficialità, denunciava un leonino ardimento. Il Leone, come mi disse subito cercando motivazioni scientifiche all’affinità che ci legò immediatamente, era anche il suo (e il mio) segno zodiacale. Come facesse la solarità di Maria Grazia a convivere con la cupa serietà capricornina di Carmela, restò per me a lungo un mistero astrologico e psicologico. Forse si trattava, semplicemente, della consueta attrazione degli opposti, o forse l’intima fragilità di Maria Grazia sapeva di trovare un sostegno nella prevedibile affidabilità di Carmela.
Io, invece, mi fidai subito di Maria Grazia e della sofferenza antica che intuii al di là della sua facciata burlona ; me lo disse il suo sguardo lucido e aduso alle lacrime, che potevo fidarmi, e lo feci nel modo meno opportuno e generoso, rovesciandole addosso una cascata di confidenze pesanti come macigni. Maria Grazia fu la prima a sapere della follia di mia madre e della catena di infelicità che stava generando nella mia famiglia, portandola a una disgregazione senza rimedio.
Le parlai di quello che per anni non avevo osato confessare a nessuno, temendo che l’etichetta della pazzia si appiccicasse come un marchio d’infamia su tutti noi, impedendoci di vivere i rapporti con quella purezza che ogni adolescente pretende. Non mi avvedevo, accecata dall’incertezza, che quella purezza era da tempo perduta, minata dall’insicurezza profonda che mia madre aveva seminato su ogni legame affettivo pregresso e futuro, avviluppandolo d’incoerenza feroce fatta di abbracci stretti e parole violente, invasioni e disinteresse, dichiarazioni d’amore e manifestazioni d’odio.
Maria Grazia mi ascoltava in silenzio col suo sguardo partecipe e divergente in modo rassicurante, e mi offriva la concretezza di gesti semplici e affettuosi: mi faceva da mangiare, preparando manicaretti sapidi sulla cucina economica, mi portava a ballare come un fidanzato premuroso, mi raccontava di intrighi amorosi per il gusto di appassionarmi a cose “normali”. A volte cedeva scampoli della sua storia, ma anche le sue rare incursioni autobiografiche erano manifestazioni di generosa amicizia, elargite com’erano a chiosa dei miei sconforti egocentrici e sordi.
Maria Grazia era afflitta da un’insanabile nostalgia per la sua terra, di cui ricercava ossessivamente i profumi nella cucina, avamposto isolano in quel piattume nebbioso, echi sonori nelle sue adorate danze sarde, richiami parentali frequenti e spesso scomodi in telefonate quotidiane alla sua famiglia. Una sorella maggiore condivideva con lei l’avventura inquieta del lavoro e del menage milanese, sofferto come un balzello inevitabile alla promessa di libertà. Ma la sorella a Milano si era sposata e aveva un bimbo, che rifilava a Maria Grazia in ogni scampolo di tempo libero, approfittando della tenerezza invincibile di Maria Grazia per quel nipote piccolo e indomabile. Il bambino ci seguiva invariabilmente nelle nostre escursioni del fine settimana, limitandone non poco il chilometraggio e le maschili divagazioni.
La “zitellaggine” , che a me pesava peggio del retroterra famigliare e delle incertezze sul futuro, non sembrava inquietare minimamente Maria Grazia, che pure, come mi confessò, aveva motivi più importanti di preoccupazione sui propri rapporti con l’altro sesso.
“Sono ancora vergine”, buttò lì con nonchalance un pomeriggio domenicale, approfittando di un raro momento di lontananza di Tommasino, il suo moccicoso nipotino.
“Tu?” mi scappò detto solo un monosillabo incredulo. Maria Grazia era così vivace e disinvolta che mi sarei meno meravigliata, indubbiamente, se mi avesse raccontato di prostituirsi per arrotondare.
“Io, io. Hai capito bene. Non si direbbe, vero?” Rise, e per la prima volta colsi una nota di amarezza nella sua risata.
“ E come mai?” chiesi, senza riguardo. In fondo Maria Grazia aveva solo ventiquattro anni: qualunque fosse il motivo di quell’anomalia – la mia intransigenza giovanile mi faceva così giudicare l’illibatezza della mia amica- mi sembrava un’età che consentisse di emendare quel difetto.
“Come mai… Finora non ne è valsa la pena. “ Mi guardò con intensità, e mi parve che i suoi occhi fossero dritti e concordi, una volta tanto.
“E Flavio?” Con Flavio era stata fidanzata sei mesi: un record, per la sua incontenibile esuberanza.
“Flavio non ha avuto pazienza. Ci abbiamo provato più volte, ma mi faceva male e non ci è riuscito. Così, alla fine l’ho mollato, prima che lo facesse lui.”
“Non l’avrebbe mai fatto.” Ora comprendevo finalmente la scomparsa di Flavio dai nostri orizzonti. Era carino e perdutamente soggiogato da lei. Quando avevano rotto, il fatto mi era parso del tutto inspiegabile.
Ma Maria Grazia era così: capace in ugual misura di rivelazioni improvvise e di orgoglio sconfinato, sapeva in ogni modo sorprendere per la lealtà profonda che sottendeva ogni sua azione. Solo io sapevo quanto l’assenza di Flavio l’avesse fatta soffrire, eppure si era ingiunta quel supplizio per evitare a lui altre rinunce. Stupida!
Di Giulio, appresi in modo altrettanto “casuale” e repentino. Dopo un tiraemolla amoroso senza fine, mi ero finalmente risolta a lasciarlo, ma nutrivo ancora dei dubbi sulla saggezza della mia decisione: credevo di esserne ancora innamorata, e speravo che tornasse.
“Smettila di struggerti per lui: non lo merita” mi disse bruscamente Maria Grazia.
“ Credevo che Giulio ti piacesse” obiettai sconcertata da quell’inattesa presa di posizione. Era stata proprio Maria Grazia a presentarmi quel ragazzo alto e ombroso, svariati mesi prima, caldeggiando il nostro avvicinamento.
“Infatti mi piaceva, quello stronzo.” La veemenza di Maria Grazia era quanto meno sospetta. Non era una che si abbandonava facilmente a sentenze definitive. Erano proprio la sua assoluta mancanza di pregiudizi e il suo possibilismo amichevole a rendermela tanto preziosa. Che diavolo le aveva fatto Giulio per renderla così intransigente nei suoi riguardi?
“Che è successo?”
Lei me lo disse con autolesiva semplicità. “ Ci ha provato con me, un sacco di volte. Mentre stavate ancora insieme. E guarda che se te lo dico è solo perché tu sappia con chi avevi a che fare e per chi ti stai consumando gli occhi di pianto“
“ Magari l’ha fatto perché gli piacevi” obiettai convinta. Non era affatto strano che qualcuno ci provasse con Maria Grazia. Anche se qualcuno era Giulio, ahimè. Poi venni colta da un dubbio improvviso. “ E lui ti piaceva?”
“Sì, ma non c’entra.” Rispose recisa, come scacciando una mosca molesta.
“Come non c’entra?”
“ Non potrei mai sentirmi responsabile della tua infelicità” e mi abbracciò, sincera.
Di quegli abbracci e di quella lealtà non ebbi mai più a beneficiare con nessun’altra amica, eppure non seppi ricambiare Maria Grazia con altrettanta affettuosa sollecitudine.
Fui, anzi, ingrata e disonesta come non meritava. Semplicemente, la dimenticai. Passato il momento di crisi acuta e dato finalmente l’esame di anatomia, che tanto aveva contribuito alla mia impasse studentesca ed esistenziale, smisi di frequentare il monolocale della casa di ringhiera. Avevo vergogna di tutta la debolezza che avevo mostrato a Maria Grazia, e ora che mi sembrava di essermene allontanata rinnegavo la mia amica che ne era stata testimone, come se il frequentarla mi potesse ricacciare a forza in quella condizione di temuta fragilità.
Lei si ostinò a telefonarmi ancora , per un bel periodo; poi, la mia stupida ignavia finì col raggelare anche la sua invincibile cordialità. Maria Grazia sparì dalla mia vita, senza che ci fossimo salutate come si deve.
Mia sorella, l’unica della famiglia che avesse potuto apprezzare il calore e la spontaneità di quella magnifica ragazza, a volte me ne chiedeva notizie, con molesta insistenza. Io bofonchiavo risposte vaghe ed evasive, accompagnate da buoni e irrealizzati propositi. “ Uno di questi giorni la chiamo per una rimpatriata” , e man mano che il tempo passava quella telefonata diventava sempre più difficile.
La feci , un giorno di svariati mesi dopo, cedendo a un benefico impulso di nostalgia, evocato dall’ascolto di una canzone di Ferradini che Maria Grazia amava molto, “Teorema”.
Al telefono mi accolse con la consueta, contagiosa allegria, come se il tempo non fosse passato e io non l’avessi mai ferita con la mia distanza.
“Come sono felice di sentirti!” sillabò lieta con la sua cantilenante inflessione sarda.
Mi parlò di sé e dei suoi entusiasmi del momento, declinando un invito per il weekend con una scusa tutt’altro che improbabile. “ Non posso, questa domenica ho un impegno improrogabile”.
“Fidanzato? “chiesi, anche se la “vecchia” Maria Grazia non mi avrebbe mai preferito un uomo, benché eccezionale.
“ Macché fidanzato!” rise. “ Devo fare il mio primo lancio. Non vedo l’ora! L’hanno già rimandato due volte: una volta mancava il pilota, l’altra l’aereo… Ma questa domenica mi butto!.”
La pazza si era iscritta a un corso di paracadutismo. Non ce la vedevo, quella casinista di Maria Grazia, alle prese con leve e levette. E se si fosse dimenticata di aprire il paracadute?
“ Maria Grazia, ma le hai fatte bene le prove?” le chiesi, con una punta d’inquietudine.
“ Altroché, è tutto l’inverno che mi esercito! Telefonami lunedì, che ci vediamo e ti racconto. Dobbiamo recuperare un sacco di arretrati…”
Il lunedì successivo Maria Grazia era già tornata nel limbo delle mie buone intenzioni.
Mia sorella mi avvicinò con fare circospetto. “ L’hai poi chiamata la tua amica sarda?” Stranamente, la sua voce pareva priva di toni colpevolizzanti. “ L’ho sentita venerdì”, risposi sbrigativamente, ma qualcosa nella sua espressione mi raggelò il sangue. Mia sorella teneva fra le mani un quotidiano, aperto sulla cronaca nera. Sul giornale, una foto di Maria Grazia immortalata in un innaturale cipiglio austero che non le rendeva giustizia. In un trafiletto, la notizia di un tragico incidente al campo di volo.
A volte- soprattutto la notte- mi pare di vederla, mentre le si ingarbugliano i fili e non riesce ad aprire quel maledetto paracadute. E non ci siamo neppure salutate come si deve.

postato da: vieenblues alle ore 10:43 | link | commenti (7)
categorie: amarcord, donne du du du
venerdì, 03 aprile 2009

Bulesumme

Condannata dal destino e dalla pigrizia a un nefasto piattume padano, a volte sento ribollire nelle vene quel po’ di mare che vi scorre per nascita savonese e DNA paterno. E quando m’incazzo dico parolacce liguri, perché il turpiloquio nella lingua natia, ricca di suoni duri e vocali strette, dà molta più soddisfazione.
In casa mia si è sempre parlato un italiano accademico, perfettamente atono e privo di coloriture dialettali, ma vi sono parole liguri bellissime, onomatopeiche o talmente precise da essere intraducibili, che mi piace ripescare ogni tanto come tesori nascosti nel doppiofondo di una valigia.
Prendi, per esempio, la rumenta, che ingiungo di raccogliere nei miei saltuari furori di pulizia, quando mi sento sommergere dalla sporcizia esteriore ed interiore.
La rumenta non è semplice “spazzatura”, ma quel mucchietto di schifezze (polvere, capelli, “gattoni” di lana delle coperte), che ti si accumula sotto la scopa con appiccicosa riluttanza, inducendoti a riflettere sul tuo pattume esistenziale che non riesci a spazzare via.
Ru-men-ta, con le sue sillabe dure, contiene in sé lo schifo e la fatica della rimozione.
Sì, perché è un momento di odiosa impasse, come una barchetta a remi in balia del mare bulesumme: non si è in pericolo, ma non si riesce ad andare, né a riva né in mare aperto.
Bulesumme è quel mare increspato da onde dispettose schiumanti finta innocenza: non sono alte e minacciose come cavalloni, ma ti impediscono di nuotare e ti fanno bere litri d’acqua salata. Insomma, non muori ma t’incazzi parecchio, di solito con te stesso. Ti dai dell’abbellinou, che poi vuol dire “pirla”. Solo che tutte quelle labiali hai bisogno di dirle, quando sei arrabbiato con un deficiente, tanto più se il deficiente, l’abbellinato, sei tu.
Sì, perché il ligure è un po’ masochista, ipercritico ad oltranza con gli altri ma soprattutto con se stesso. Stundaio, insomma. Stundaio è una parola che anche Montale ha evocato parlando dell’atteggiamento dei suoi conterranei, “orgoglio e timidezza misto a diffidenza”.
Con noi stundai è difficile entrare in relazione: ci sono cocci aguzzi di bottiglia su cui ferirsi, prima di arrivare al di là di una muraglia di sospetti e cautele.
Poi, però, si trova un mare di affetto e fedeltà. E quel mare non è mai bulesumme…

postato da: vieenblues alle ore 10:25 | link | commenti (3)
categorie: amarcord, a ruota libera
domenica, 29 marzo 2009

Il vero dramma per i vivi

La vecchia è al capolinea, ormai: il respiro si è trasformato in un ansito debole e senza speranza, i lineamenti sono affilati e gli occhi guardano già un panorama visibile a lei sola.

Intorno al capezzale le si affanna una donna di mezza età, che la colma di premure inutili e ansiose: le aggiusta coperte e cuscini, le rinfresca la fronte febbrile, le tiene la mano disegnata da una ragnatela di vene azzurre .

 Mi avvicino al luogo del commiato mentre la donna più giovane tenta invano di imboccare quella più anziana. Mi  viene in mente una di quelle stupide frasi fatte: l’ultimo pasto del condannato a morte.

Non la sforzi a mangiare, se non se la sente” dico all’ansiosa (che non è la malata, ma chi l’accudisce), e accenno alla flebo che penzola dalla piantana . “E’ sufficiente quella, a darle il nutrimento che serve.”

La vecchia ha già le pupille aperte sul Paradiso, o su un altro Inferno, chissà.

L’altra donna fissa il suo sguardo interrogativo nel mio, a cercare rassicurazioni che non posso darle.

E infatti morirà dopo solo un’ora, la vecchia, avverando la prognosi.

Al suo letto l’altra donna si scioglie in un pianto  convulso. Tento di consolarla: “ Non si preoccupi;  è morta serenamente , la sua mamma.” (Lo dico e lo penso davvero: so di non aver risparmiato sulla morfina).

Lacrimosa, la superstite scuote la testa. “Io no figlia. Io badante ”e riprende il suo pianto torrenziale.

La disoccupazione: ecco il vero dramma per i vivi.

 


postato da: vieenblues alle ore 16:28 | link | commenti (3)
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